The Punisher è un’efficace storia dell’orrore sui militari americani, esplorando il trauma del combattimento in modo irruente e brutale.

Non hai altro che una guerra dentro di te“. Tutta la serie  di The Punisher si riassume in questa frase come anche il motivo  per cui Castle, interpretato magicamente da Jon Bernthal, è una figura tragica, un veterano che ogni giorno combatte una guerra. Frank Castle è un uomo vuoto, spinto dal desiderio vizioso e morboso di vendetta nei confronti di sua moglie e dei suoi figli, uccisi  poco dopo il suo ritorno dall’Afghanistan.

In tempi come questi, con un presidente a favore delle armi, The Punisher sembrerebbe  uno spettacolo che glorifica una politica repubblicana, ma episodio dopo episodio, il suo messaggio si fa confuso lungo la strada, presentandoci una narrativa a volte senza scopo. Sarà che infondo la battaglia di Castle  spesso vacilla nel vuoto, battaglia che però non ci annoia ma ci appassiona. Netflix ha sempre cercato di mettere in scene storie sulla decennale guerra in Afghanistan e con questo personaggio della Marvel riesce a offrire uno sguardo nuovo  complesso, esplorando il trauma del combattimento con la stessa efficacia con cui Jessica Jones ha esplorato il trauma dell’assalto sessuale.

Creato da Steve Lightfoot, che in precedenza ha lavorato come produttore esecutivo in Hannibal della NBC, la serie vede come principale nemico William Rawlins, (Paul Schulze) l’alto comandante della CIA artefice  dello “squadrone della morte” illegale  in Afghanistan; finanziato dal contrabbando di eroina è composto da una squadra di soldati super qualificati tra cui Castle e il suo migliore amico  Billy Russo (Ben Barnes). Il comandante, William Rawlins  è un cattivo genuinamente ripugnante, di una brutalità burocratica che rappresenta (“Gli uomini come me fanno i piani, Uomini come te versano il sangue.”).

Se i personaggi creano una certa distanza e odio nei loro confronti,  ciò che sta alla base dell’intero progetto televisivo riuscendo a cogliere di sorpresa tutti,  è il modo molto reale e ampiamente riconosciuto con cui il governo addestra gli uomini a essere assassini, rifacendoli poi ritornare indietro nella società una volta conclusa la missione, con risorse limitate.

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Esempio è il giovane veterano Lewis Wilson (Daniel Webber), un veterano più giovane che torna a casa pieno di rabbia e un sentimento di profondo tradimento verso il suo paese, che avanza (trova un sinonimo migliore xD) esattamente in modo che non ci aspetteremo. Il tema del ritorno a casa non è limitato alla sola prospettiva maschile; abbiamo anche il punto di vista femminile in The Punisher grazie a Amber Rose Revah nei panni di Dinah Madani, un agente della CIA  di ritorno dall’Afghanistan, che torna a New York per indagare sull’uccisione di un agente afghano suo alleato.

 

Dove però la serie del punitore pecca è nel suo tentativo di impegnarsi in un dibattito sul controllo delle armi: buone intenzioni ma con poca concretezza. Il decimo episodio infatti – un climax d’azione teso e non lineare che riunisce tutti i principali attori dello spettacolo in una singola location – è segnato da una conversazione goffa tra un senatore (Rick Holmes) e  la protagonista di Daredevil Karen Page (Deborah Ann Woll). Il senatore, che è a favore di una legislazione più severa, viene ritratto e trattato come un pagliaccio, con Karen messa in una situazione sgradevole; porta una pistola per una buona ragione, ma non è mai stata ritratta come apertamente pro-pistola.

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Un’altro aspetto importante di The Punisher è l’opposizione della dura e tragica lotta di Castle che viene contrapposta alla comica e fortemente emotiva lotta di Bachrach’s Micro (un ex analista dell’NSA), ma una relazione commovente con il suo amico Curtis (Jason R. Moore) che gestisce la terapia di gruppo per veterani. E poi c’è la dinamica e intima amicizia di Castle con Karen, che è passata da un legame sorprendente in Daredevil a una storia d’amore.

Nonostante il messaggio confuso e i primi episodi di riempimento che affliggono ogni spettacolo nella sua prima stagione, The Punisher è ancora una delle produzioni più coese e impressionanti di Marvel e Netflix. Anche se la battuta “Ho combattuto per questo paese che non ha posto per me”, non è pronunciata da Castle, con lui si coglie il punto: un uomo distruttivo creato da un’istituzione distruttiva, apparentemente destinato a ripetere lo stesso ciclo violento.

Resta da vedere se l’universo Marvel lascerà mai che lui rompa quel ciclo,  ma Bernthal e Lightfoot hanno creato un personaggio così ricco che mi farà ricredere.

A proposito dell'autore

Founder and Blogger

Fondatrice del portale wesmile.it, crea questa realtà per condividere con voi la sua passione per la cultura e le 7 arti ma soprattutto per le serie tv, amore che ha coltivato sin da piccola grazie alla mitica mamma che ogni sera accendeva la tv per vedere E.R su Rai due.

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