Avete appena finito di divorare le serie mainstream e adesso siete in crisi di astinenza?
Avete già combattuto contro Ramsay Bolton, operato al fianco di Meredith Grey o dilaniato qualche schiera di zombie al fianco di Rick Grimes?
Beh state certi, c’è ancora qualche titolo che manca alla vostre collezione, forse proprio tra quelle serie che molto spesso non trovano affermazione tra il grande pubblico, serie di nicchia che rimangono nell’ombra di piccoli network, che non conoscono grandi spinte pubblicitarie o distribuzioni in prima serata.

Di quali serie parlo? Ce n’è davvero per tutti i gusti!

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Cercate un dramedy dai toni dissacranti e irriverenti? Siete amanti del “unpolitically correct”? Allergici alle storie d’amore stucchevoli e melense, da tasso glicemico alle stelle?
Allora “You’re the Worst” fa decisamente al caso vostro.
La serie del network FX, ideata da Stephen Falk e arrivata alla sua terza stagione, è un pregevole esempio di come sia possibile parlare d’amore e rifuggire dai cliché e dagli stereotipi più abusati e intrecciare quella leggerezza un po’ sopra le righe con tematiche forti e decisamente più impegnate.

Quello di You’re The Worts è un romanticismo anticonvenzionale, senza troppi fronzoli e lo capiamo subito dal tema musicale che fa da sigla alla serie, un secco e deciso “ I gonna leave you anyway”, perché quello che si vuole raccontare non è il trionfo dei sentimenti più puri e l’amore epico, ma quello improbabile ed imperfetto, che sfugge ad ogni definizione da manuale.
È l’amore che nega se stesso nel ritratto crudo e cinico di una generazione di disadattati, depressi, malinconici, egoisti e disillusi.

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Gretchen e Jimmy si conoscono per caso, al matrimonio dell’ex fidanzata di lui, scrittore squattrinato di belle speranze.
Dietro quello che sembrerebbe il più banale degli incontri da romantic comedy, si nasconde l’essenza stessa della serie: tutto inizia come una relazione di una notte da consumare in fretta, tra fiumi di alcool in cui annegare i pensieri, raccontandosi una vita costellata di situazioni e assurde ed imbarazzanti, senza tralasciare nulla, quasi a voler far gara nel dimostrarsi il peggiore.
Lui è un narcisista, sarcastico e saccente, perfezionista fino all’eccesso; Gretchen sembra quasi assente mentre la vita le passa davanti, raggomitolata in un’esistenza grigia ed incolore, incapace di mettere ordine tra i suoi casini, a partire dal suo appartamento degno di una accumulatrice seriale.

Nella casualità di questo incontro e senza che entrambi se ne rendano veramente conto, il loro rapporto diventa, sin da subito, qualcosa di più: Gretchen e Jimmy sono l’esempio perfetto di coppia disfunzionale e tossica, di due disadattati, anaffettivi, pigri, depressi, egoisti, eccessivi, con tendenze ninfomani e volgari che si ritrovano insieme, pur ripudiando le relazioni.
Come spiega lo stesso Falk in una recente intervista ” La prova non è riuscire a prendersi l’impegno di una relazione. Quello è semplice, è un gioco da ragazzi. Il lavoro vero arriva dopo, e di certo è più difficile renderlo divertente da vedere, ma credo che rappresenti meglio la vita reale.”
Nel loro essere strani e diversi, nel loro essere i “ peggiori”, trovano l’incastro perfetto come le due parti di un medesimo ingranaggio, che riesce a girare, nonostante tutti i difetti del caso.

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Interessante è l’insieme di bizzarri personaggi che affianca i due protagonisti. Abbiamo Edgar, lo strampalato coinquilino di Jimmy, reduce di guerra e per questo segnato da strane turbe e manie; Lindsay, l’eccentrica amica di Gretchen, avida e piuttosto libertina, sposata con Paul, totalmente lontano dal suo mondo di eccessi e stravizi.
You’re the worst è una serie onesta, vera, che riesce a far ridere senza banalizzare niente, è l’epopea di due persone qualunque, quelle che potremmo essere noi, che guardiamo affrontare le più torbide trame che la vita offre.

Volete invece una comedy leggera e rilassante? Avete bisogno di quella serie capace di farvi staccare la spina per venti minuti e farmi ridere di gusto?

Potrei fare diversi nomi ma ho deciso di parlare di Superstore, serie ideata da Justin Spitzer per NBC, la cui seconda stagione, anticipata da un’esilarante puntata speciale dedicata alle Olimpiadi, andrà in onda a partire dal 23 settembre.

Lo show è ambientato in uno dei luoghi più amati dagli americani: un grosso ipermercato di Saint Louise, il Cloud 9, uno di quelli dov’è possibile acquistare qualsiasi cosa, capace di far nascere quell’impellente bisogno di accumulare, che caratterizza soprattutto il famigerato periodo del Black Friday.
Vediamo i dipendenti, un variegato gruppo di “weirdo”, all’opera sempre in questo unico microcosmo. Da Amy e Jonah al direttore Glen, fino ad arrivare a Dina, Cheyenne, Mateo e Garret: nonostante possa sembrare che i personaggi di America Ferrera e Ben Feldman siano protagonisti assoluti, la serie appare quanto mai un’opera corale, rendendo tutti dei fondamentali pezzi di un unico grande puzzle. Nessun personaggio sembra essere veramente relegato sullo sfondo e veniamo spinti, puntata dopo puntata, ad amarli tutti, nelle loro stramberie e assurde convinzioni.
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Superstore offre una comicità fresca e mai banale, fa ridere di gusto con trovate intelligenti e assolutamente brillanti. Potremmo citare, tra tutte, i piccoli e geniali sketch posti ad intervallare le scene principali, in cui vengono mostrati i clienti dello store in atteggiamenti estremamente ridicoli e nosense, costituendo delle buffe caricature del consumatore tipo.

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Passando ai drama, vi consiglio una serie targata Netflix, probabilmente meno nota di altre.

Parlo di Bloodline, un cupo thriller a sfondo familiare ambientato sulle coste dalla Florida, nell’arcipelago delle Keys: è lì che vive la famiglia Rayburn, amata e rispettata da tutta la comunità.
Qualcosa inizia inevitabilmente ad incrinarsi quando, durante i grandiosi festeggiamenti in onore del quarantacinquesimo anniversario dei coniugi Rayburn, Danny, il primogenito, fa ritorno in città.
Il clima rilassato di festa sembrerebbe auspicare una riconciliazione tra Danny, la vera e propria “pecora nera “ della famiglia e i restanti fratelli: l’uomo sembrerebbe intenzionato a mettere la testa a posto, a smettere di scappare per dare finalmente un contributo alla famiglia.

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Si celano segreti, dolori mai affrontati, un trauma ancestrale dietro le apparenze di una famiglia felice e sarà proprio il ritorno “del figliol prodigo” a riportare tutto a galla.

Bloodline riesce a trascinare lo spettatore alla deriva con la sua narrazione lenta, estenuante, dimostrandosi cupa, a tratti violenta e disturbante. Si procede avanti e indietro nel tempo, un flashforward irrompe alterando lo scorrere del tempo, dove l’ultimo atto della storia dei Raybourn si palesa come un’amara visione, un oscuro presagio.
“ Non siamo persone cattive, ma abbiamo commesso un’azione cattiva”.
È la voce di Jhon a parlarci, figlio irreprensibile e ineccepibile sceriffo, la nemesi di Danny, il suo esatto opposto, lo speculare contrario: Jhon e Danny si stagliano come moderni Caino ed Abele, ma qui i ruoli sembrano alla fine ribaltarsi e distorcersi in maniera paradossale.

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Chi è la vittima, chi il peccatore?
Dove sta il bene, dove il male?
Bloodline è l’epopea di una famiglia che si sgretola, delle apparenze che sono maschere, alla fine costrette a cadere; è un’ amalgama perfetta di odio e amore, di inquietudine ed emozione, di sangue e morte, di pulsioni celate ed istinti che prendono inesorabilmente il sopravvento, di dramma familiare e thriller, che per ritmo ed intensità potrebbe tranquillamente trascendere il piccolo schermo, per raggiungere il più ampio medium cinematografico.

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