Malessere, dannazione, morte, solitudine, follia: l’opera di Edgar Allan Poe è il racconto del lato più oscuro di sé e della vita stessa. Vediamone alcuni capolavori.

Immaginate di essere da soli a casa, di sera, con la pioggia che batte contro le finestre. La vostra mente è sovraeccitata, ogni rumore vi fa sobbalzare e avete la sensazione che potrebbe succedere qualcosa da un momento all’altro. La porta scricchiola, l’orologio ticchetta, una finestra sbatte, un lampo illumina il cielo seguito da un tuono e, in quel momento, non riuscite a capire se quel rumore di passi che avete sentito così vicino a voi sia reale o frutto della vostra immaginazione .

La vostra mente corre, ricordando l’ultimo film dell’orrore che avete visto o l’ultimo racconto di paura che avete letto. Tutte quelle immagini vi si affollano nella testa e avete la paura tremenda di diventare il protagonista di uno di quei racconti del terrore. Ma quale tra i tanti?

Il maggiore rappresentante del genere letterario del terrore è Edgar Allan Poe, nato nel 1809 a Boston e morto nel 1849 a Baltimora, dopo un’esistenza difficile e sofferta. I suoi racconti più spaventosi sono stati raccolti in un volume edito da Newton Compton Editori, “Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore”, suddivisi nelle sottocategorie di “Vendetta e assassinio”, “Immaginario”, “Morte”, “Mistero” e “Terrore”.

Tra sepolture premature, feste in maschera, morti che parlano e pendoli affilati, Edgar Allan Poe ci trascina nell’universo della paura, della dannazione, dell’ineluttabile, con una narrazione in prima persona in cui la voce dei protagonisti diventa la nostra voce, la voce delle paure più recondite e sepolte, che i racconti dell’orrore attraggono irresistibilmente verso di sé, facendocele riconoscere, guardare e seppellire nuovamente, nella consapevolezze che l’inevitabile è solo rimandato.

Ecco una selezione di cinque racconti della raccolta di Edgar Allan Poe che vale davvero la pena di leggere.

Il gatto nero

Foriero di sventure per i più superstiziosi, il gatto nero è l’animale che rovinerà l’esistenza del protagonista di questo racconto di vendetta, in cui l’amore per gli animali lascerà spazio, nel tempo, ad un sadismo assassino. L’uomo protagonista del racconto è un alcolizzato i cui originari buoni sentimenti si sono trasformati, proprio a causa dell’alcolismo, in un odio e avversione verso tutte le cose, compreso il suo gatto. In un impeto di collera l’uomo cava un occhio all’animale e, successivamente, lo impicca ad un albero, come punizione per non essere amato da lui come accadeva un tempo.

Sbarazzatosi definitivamente del suo gatto, l’uomo inizia a sentire la colpa per il suo atto terribile e a ricercare un animale che gli somigli, che troverà per caso in una delle tante bettole in cui è solito ubriacarsi. Il gatto trovato è singolare: gli manca lo stesso occhio che l’uomo aveva cavato al suo vecchio gatto ed ha una macchia bianca sull’addome che ricorda un cappio, come quello stretto intorno al collo della povera bestiola da lui assassinata. Il gatto diventa un tormento per l’uomo: lo segue ovunque, gli salta in grembo, gli dorme accanto, rendendolo insonne, è come un promemoria che gli ricorda costantemente il suo gesto ignobile.

Sarà proprio il gatto nero a svelare l’ultimo atto terribile commesso dal protagonista, realizzando così una vera e propria vendetta per l’uccisione del primo gatto nero.

La mascherata della morte rossa

La morte rossa è la pestilenza che sta devastando il paese: si manifesta col rosso del sangue che esce dai pori delle persone che ne sono colpite, sulle quali le macchie scarlatte sono il marchio della malattia che le esclude da ogni aiuto da parte dei loro simili.

Per sfuggire agli orrori dell’epidemia, il principe Prospero decide di isolarsi in una delle sua roccaforti in compagnia degli amici più cari, creando, così, un’oasi di pace e tranquillità, mentre fuori imperversa la morte rossa. Dopo il sesto mese di isolamento, il principe decide di organizzare una festa in maschera all’interno di un appartamento composto da sette stanze, ognuna di un colore diverso. Tra queste, la più singolare è la settima, avvolta in arazzi di velluto nero e con vetrate di color rosso sangue, in cui un gigantesco orologio di ebano produce rintocchi cupi e solenni che paralizzano gli ospiti della festa ad ogni ora, fino all’ultimo scoccare della mezzanotte.

È in questo momento che gli ospiti notano una figura mascherata che prima non aveva attirato la loro attenzione: alta ed ossuta, coperta da vestimenti funerari fradici di sangue e con una maschera che ricorda l’aspetto di un cadavere, la figura sembra travestita propria da Morte rossa. Furibondo per tanta audacia, il principe Prospero si scaglia verso la figura mascherata da Morte rossa e la insegue per tutte le stanze, fino alla settima. Proprio qui che la figura si volta e svela la sua vera identità, rompendo per sempre la tranquillità che regnava in quella roccaforte illusoriamente chiusa al mondo esterno .

Il cuore rivelatore

Tutta colpa di un occhio malvagio e di un cuore rivelatore. Il protagonista di questa storia non vuole fare del male a quel vecchio benevolo che non gli ha mai fatto alcun torto, ma il suo occhio, un occhio azzurro chiaro con una velo sopra, gli fa gelare il sangue nelle vene ogni volta che gli cade addosso. Gli dà il tormento. È così che l’uomo matura la decisione di uccidere il vecchio e per sette notti entra di nascosto nella sua stanza, con la sua lanterna cieca che scopre il giusto per guardare il vecchio giacere nel suo letto, preparandosi, in questo modo, a commettere il delitto.

È l’ottavo giorno quando, dopo che l’uomo è entrato furtivamente nella sua camera, il vecchio si accorge della presenza di qualcuno, ma non riesce a vedere nessuno nel buio nero come la pece. In quei lunghi attimi in cui il vecchio è sveglio e sul chi vive, l’uomo sulla soglia percepisce i suoi gemiti di paura, immagina i pensieri con cui starà cercando di rassicurarsi che non ci sia nessuno nella stanza e, grazie al suo udito sorprendente acuto, reso tale dalla malattia che lo affligge, riesce perfino a sentire il battiti del suo cuore, che aumentano sempre di più per il terrore. È il battito di quel cuore terrorizzato causa della sventura: temendo che possa essere udito dai vicini, l’uomo decide di assassinare immediatamente il vecchio, lo smembra e nasconde i pezzi sotto le tavole del pavimento.

Poco dopo piombano nell’edificio tre funzionari di polizia, allertati dai vicini che dichiarano di aver sentito un urlo provenire da lì. L’uomo è tranquillo, accoglie i poliziotti come se non avesse fatto nulla e, dopo averli convinti della sua estraneità ai fatti, inizia a chiacchierare con gli uomini di cose familiari. È in quel momento che inizia a risentire il suono di un cuore che batte, che diventa man mano sempre più forte fino a sovrastare ogni cosa. Sarà proprio il cuore, con il suo rumore assordante, come è assordante la voce della propria coscienza, che farà impazzire la mente dell’assassino, facendogli commettere un gesto azzardato proprio quando era convinto di averla fatta franca.

Sei tu il colpevole

Il signor Shuttleworthy, uno dei più rispettabili cittadini di Rattleborough, scompare improvvisamente un sabato mattina dopo essere uscito con il suo cavallo, che fa ritorno da solo ferito e coperto di fango. La gente del paese, insospettita da questa circostanza, si muove per cercare Shuttleworthy, sotto la guida del suo più fidato amico, il signor Charles Goodfellow, molto amato dalla comunità di Rattleborough. Seguendo le orme del cavallo, il gruppo giunge presso uno stagno in cui viene rinvenuto il panciotto strappato e macchiato di sangue del signor Pennifeather, nipote ed erede di Shuttleworthy, che egli aveva indossato proprio la mattina della scomparsa dello zio. Successivamente, nei pressi dello stagno, viene rinvenuto anche un pugnale insanguinato appartenente sempre a Pennifeather e si scopre che il cavallo dell’uomo scomparso è stato ferito da un proiettile dello stesso calibro della sua carabina.

Tutte le circostanze volgono contro il nipote di Shuttleworthy, reso più sospettabile dal fatto che suo zio lo aveva minacciato di escluderlo dal testamento, ma Goodfellow decide lo stesso di prendere le sue difese, dichiarando di averlo perdonato per quell’offesa che gli aveva arrecato in passato. Pennifeather viene dichiarato colpevole e condannato a morte, mentre il vecchio Charlie Goodfellow , per il nobile comportamento dimostrato durante la vicenda, diventa ancora più caro alla gente del paese.

Essendo amato e stimato da tutti, Goodfellow inizia ad organizzare delle réunions a casa sua, dove l’allegria e la leggerezza regnano sovrane. Durante una di queste, Charlie Goodfellow riceve la doppia cassa di Chateau-Margaux che il suo caro amico defunto gli aveva promesso gli avrebbe fatto recapitare e, nell’aprirla, succede l’inimmaginabile: il corpo putrefatto dell’assassinato signor Shuttleworthy salta fuori dalla cassa gridando a gran voce, rivolto verso il vecchio Goodfellow, “Sei tu il colpevole!” . Accusato da quello che sembrerebbe essere un cadavere parlante, Goodfellow si accascia sul tavolo dove si trova la cassa e, con espressione angosciata, inizia a raccontare una storia molto diversa da quella che tutti avevano creduto fino a quel momento.

Il pozzo e il pendolo

L’inquisizione di Toledo è capace dei più astuti supplizi per punire i suoi dissidenti. Il protagonista di questo ultimo racconto ha ricevuto la sentenza di morte dal tribunale religioso che lo ha rinchiuso in una cella sotterranea, dove è circondato da un buio così fitto da sembrare il buio della morte. Intrappolato sottoterra, l’uomo medita sul suo destino imminente, ma ha ancora un po’ di speranza che lo spinge a perlustrare la cella alla ricerca di vie di fuga e a nutrirsi di quel cibo frugale che gli fanno trovare ad ogni risveglio dai suoi frequenti svenimenti.

Vagando nel buio della cella, l’uomo cade casualmente sul bordo di un pozzo profondo: è la prima trappola messa dai monaci malvagi dell’Inquisizione per farlo fuori. In un secondo momento, si risveglia legato ad un giaciglio di legno mentre dei topi affamati si fiondano su di lui. Scacciati i topi e ancora immobilizzato dalle cinghie, l’uomo inizia a scorgere qualcosa sul soffitto della sua cella: un grande pendolo affilato che oscilla mano a mano più veloce e che scende giù lentamente, ma inesorabilmente. Per giorni interi l’uomo resta legato mentre il pendolo si avvicina sempre di più, posizionato per colpirlo esattamente all’altezza del petto. Ormai vicinissimo, il pendolo inizia a tagliare i suoi abiti, le pareti della cella iniziano a infuocarsi, a stringersi. L’uomo sembra spacciato, ma il suo sperare, alla fine, non si dimostra vano.

Nei racconti del “Gatto nero” e del “Cuore rivelatore” i protagonisti sono tormentati dalle loro colpe rappresentate nel primo caso dal gatto nero, così simile a quello che è stato assassinato, che ossessiona il protagonista, e nel secondo dal battito del cuore del vecchio ammazzato, chiaramente immaginario, che scoppia nelle orecchie dell’assassino. Sia il gatto nero che il cuore rivelatore sono chiaramente dei simboli della coscienza umana che viene a chiedere il suo conto a coloro che hanno commesso delle atrocità . Nella “Mascherata della morte rossa” la peste viene personificata e questa, passeggiando tra tutti gli invitati della festa in maschera, dimostra di essere ineludibile dall’uomo, ma l’apparizione della morte rossa sembra anche essere una punizione per l’egoismo del principe, rinchiusosi con i suoi amici in una delle sue roccaforti e lasciando fuori tante persone a cui avrebbe potuto offrire protezione. “Sei tu il colpevole” è il trionfo del macabro, impersonato dal cadavere dell’uomo assassinato che salta fuori dalla cassa di vino per annunciare il suo colpevole, scatenando un’ondata di terrore puro tra i presenti al pensiero di avere a che fare con un morto. “Il pozzo e il pendolo”, infine, è un racconto che concretizza la paura di morire da soli e in un luogo buio, freddo, soffocante, dove nessuno può vederci, ascoltarci o confortarci nel momento finale.

I racconti di Edgar Allan Poe fanno emergere sapientemente il tormento dell’animo umano quando si è macchiato di colpe terribili, con il frastuono di un cuore che inizia a battere anche nelle nostre orecchie. In essi c’è un’ inquietudine serpeggiante, quella che ci attanaglia al momento dell’apparizione della Morte rossa. I timori più ancestrali rivivono nelle parole di Poe, quelli che hanno a che fare con il confine tra la vita e la morte, un confine che affascina ma non fino al punto tale da volerlo conoscere davvero. L’incubo trasmigra nelle pagine di Poe, ma ci ricorda che un giorno ci sveglieremo in esso e non da esso. Malessere, dannazione, morte, solitudine, follia: l’opera di Edgar Allan Poe è il racconto del lato più oscuro di sé e della vita stessa, della sfida a conoscerlo e ad accettarlo.

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