Avere un’immagine chiara di quella che fu la filosofia di Pitagora e dei suoi seguaci è forse impossibile. Le difficoltà interpretative sorgono non tanto per l’oscurità dei materiali a disposizione quanto per la loro sovrabbondanza e diversità. Già l’antichità ci fornisce un quadro variegato circa il pitagorismo: Aristotele scrive che i pitagorici erano sostenitori della dottrina secondo la quale “il numero è il principio del reale”, Platone, invece, ci fornisce l’immagine di Pitagora come educatore privato. Completamente diversa è la testimonianza di un aristotelico, Aristosseno di Taranto, che insiste nel proiettare sui pitagorici l’ideale peripatetico* della vita attiva nell’ambito politico in contrasto con la tirannide. Ci sono poi testimonianze sui pitagorici che ce li presentano o come scienziati, astronomi, matematici o come uomini politici o anche come una sorta di sciamani, iniziati di una setta che progressivamente li avvicinava alla conoscenza del vero. Di Pitagora sappiamo che nacque a Samo intorno al 570 a.C. e che fu costretto ad emigrare a Crotone a quarant’anni poichè nella sua città natia si era instaurata la tirannide di Policrate. A Crotone svolse un’importante attività politica in ambienti aristocratici, dette leggi agli italioti** e tenne discorsi, secondo la testimonianza di Giamblico ( filosofo neoplatonico del III-IV secolo d. C.), sulla temperanza e la giustizia che convinsero i crotoniati ad abbandonare il lusso e a volgersi alla virtù e  permisero a questi ultimi di sconfiggere la rivale Sibari. Dopo la distruzione di Sibari i crotoniati, secondo alcune fonti, maturarono una certa avversità nei confronti dei pitagorici a causa del loro atteggiamento di superiorità e ciò, insieme ai tumulti interni scoppiati contro i pitagorici sulla questione della redistribuzione delle terre conquistate, spinsero Pitagora a trasferirsi a Metaponto, dove rimase fino alla sua morte. Oltre a quest’immagine di Pitagora come legislatore e uomo politico ne abbiamo un’altra che ce lo presenta come uno sciamano, un indovino dai contorni quasi divini: a lui viene tradizionalmente ricondotta la dottrina della metempsicosi, seconda la quale l’anima immortale, alla morte del corpo, si trasferiva in altre specie di viventi e la concezione del numero come principio della realtà. I pitagorici infatti ritenevano che il numero fosse la struttura razionale del reale e del pensiero che, grazie a questa identità, poteva accedervi; i numeri erano concepiti non tanto secondo la prospettiva della successione temporale ma come entità matematico-spaziali, come la materia e al contempo la forme di tutte le cose, le quali erano configurabili geometricamente e per questo conoscibili dall’uomo.

peripatetico*: aristotelico

italioti**: i greci delle colonie della penisola italiana al di fuori della Sicilia

 

Mario Manzi

 

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