Come si può recensire un’emozione? Sarebbe un po’ come spostare una sensazione nella sfera della razionalità. Mi sento un po’ così nell’accingermi a recensire il nuovo film di Matteo Rovere Veloce come il vento, liberamente inspirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone, nelle sala italiane da giovedì 7 Aprile.

Il film, di cui tutta la critica italiana parla bene, ha raccolto enormi consensi anche all’estero e viene considerato in Italia il film più bello sulle corse automobilistiche di tutti i tempi. Con l’aiuto di pochissimi effetti speciali elaborati in post produzioni, il regista ha preferito dar veridicità alla storia utilizzando vere corse dei circuiti nazionali: le gare che si vedono in Veloce come il vento sono state girate sui circuiti di Imola, Monza e Vallelunga, e ci sono anche un inseguimento per le strade di Imola e una corsa clandestina a Matera. Lo stunt-man e il consulente di Accorsi durante le riprese è stato Paolo Andreucci, nove volte campione italiano di rally e pilota ufficiale di Peugeot Sport Italia.

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Ma oltre alle corse, nel film, c’è tanto anche di Emilia Romagna. Da sempre considerata patria dei motori, l’idea di ambientare la storia proprio lì vuol esser un omaggio alla smodata passione per la velocità e le corse dei romagnoli, infatti è smaccata la cadenza verbale di ogni personaggio, oltre all’utilizzo dell’intercalare vaccaboia utilizzato da Stefano Accorsi in tutto il film. Sarà un caso che anche i due attori protagonisti siano entrambi bolognesi?

La trama racconta la vita maledetta e travagliata di un ex pilota di rally, Loris de Martino (Stefano Accorsi) che allontanatosi dalla famiglia dopo un terribile incidente, torna, dopo 10 anni, nella sua vecchia casa per prendersi cura dei suoi fratelli inseguito alla morte del padre. Qui troverà Giulia (Matilda De Angelis), una diciassettenne sicura di sé che ama correre e che il padre, defunto per un attacco al cuore, allenava per partecipare al prestigioso campionato italiano GT. Giulia e il piccolo fratello Nico, già abbandonati dalla madre, accettano il ritorno del fratello Loris, solo perché essendo ancora minori dovrebbero altrimenti ricorrere all’assistenza sociale.

Per la prima gara senza il padre, Giulia decide di portare con sé Loris, ma solo come semplice aiutante; nei box Loris è riconosciuto da molti che lo chiamano il ballerino (il suo vecchio soprannome da pilota dovuto alla sua guida spericolata).

Avendo scoperto che se Giulia non vince il campionato il produttore Minotti si prenderà la loro casa come risarcimento per i prestiti fatti al padre, l’ex-pilota decide di aiutare la sorella. Giulia capisce che, nonostante tutto, il fratello con la sua esperienza può aiutarla ad allenarsi e migliorarsi, e decide quindi di fidarsi di lui, promettendogli 30 euro al giorno. Grazie all’aiuto di Loris, Giulia migliora di gara in gara riuscendo a scalare la classifica sebbene il comportamento del fratello condizionato dal fatto che continua a drogarsi, rende complicato il riavvicinamento tra i due.

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Il film infatti non parla solo di corse e motori, ma anche di famiglia, di sentimenti rotti e spezzati anni prima per colpa di una madre assenteista, di un padre andato via troppo presto e di un fratello vittima di un’atroce aguzzina quale la droga. Tutto ciò, però, non impedirà ai fratelli di costruire un loro modo di far famiglia, Loris, infatti, nei momenti di lucidità dimostra di aver un bisogno smisurato di affetto ed è pronto a lasciar andare la sua donna pur di prendersi cura dei suoi fratelli.

L’interpretazione magistrale di Stefano Accorsi, che per l’occasione ha perso 12kg, arricchisce il film di pathos e adrenalina. Il suo ruolo un po’ bislacco, un po’ menefreghista, vince e convince il pubblico: non si ha di lui pena perché sia un tossico, di lui il pubblico apprezza la forza di crederci sempre, quell’ardore negli occhi durante l’ultima gara dell’Italian Race, quella simpatia nel suo perdere le pantofole sull’asfalto, quella dolcezza nell’abbraccio finale con i suoi fratelli. Loris è un campione, che spesso nel ricordare il suo illustre passato tende a darsi della terza persona, quasi a voler distaccare ciò che lui era da ciò che è diventato; eppure l’insegnamento più grande che rivolge a sua sorella è proprio quello di esser folli, di non pensare a nulla durante una gara, perché, benché si possa studiare di un circuito ogni sua curva, ci vuole quel pizzico di rischio, follia e divertimento per vincere.

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L’adrenalina nel film è affidata alle spettacolari musiche dei Velvet che sottolineano ogni sorpasso, ogni attimo di paura, ogni tensione, ogni traguardo raggiunto sul circuito così come nella vita: perché infondo essa è come un pista piena di curve dove non si deve mai ripensare alla curva già affronta, ma prevedere quella futura.

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La Redazione

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