Pur essendo vissuto nel clima del razionalismo di matrice cartesiana e nel secolo della famosa “Rivoluzione scientifica”, in un periodo di fiducia quasi indiscriminata nelle possibilità della scienza e della ragione, Blaise Pascal seppe distaccarsi da quella tendenza dominante elaborando un discorso originale e profondamente convincente. Non fu, inoltre, come molti a lui contemporanei, un retrogrado avversario delle novità introdotte dalla scienza nè un ostinato difensore dell’autorità degli antichi ma seppe far proprio il razionalismo limitandolo all’ambito scientifico e riconoscendone le debolezze;  distinse questo campo d’indagine da quello della morale e della religione, dove era necessario comprendere l’uomo non tramite la ragione dimostratrice ma attraverso l’intuizione sentimentale.

Pascal ci parla infatti di due metodi conoscitivi, lo spirito geometrico, tipico della scienza e lo spirito di finezza, necessario per la comprensione della dimensione umana. Il primo si caratterizza per il procedere attraverso dimostrazioni rigorose fondate su definizioni precise e chiare e su quelle verità prime, gli assiomi, che si definiscono per se stesse e non tramite altro per la loro immediata evidenza ma che non sono dimostrabili. In questo aspetto Pascal ravvisa il limite del metodo geometrico e l’impossibilità per l’uomo di affrontare una qualsivoglia scienza con assoluta completezza. Il secondo, invece, ha per oggetto non le cose esterne all’uomo o il mondo della logica e della matematica ma l’uomo in quanto tale.

Pascal specifica che in questo settore i principi, le verità intorno all’uomo non si insegnano nè può essere utile spiegarle poichè esse si “esperimentano” ovvero si devono sentire interiormente. Da questa indagine introspettiva il nostro filosofo arriva a due conclusioni apparentemente opposte: ciò che definisce l’uomo a differenza di tutti gli altri esseri è la facoltà di pensare su cui si fonda la sua grandezza; il pensiero però rende l’uomo consapevole della miseria della sua condizione. Egli, infatti, nel momento in cui riflette sulla propria natura, si accorge di non essere nè completamente assoggettato agli istinti come le bestie nè perfettamente in grado di elevarsi a conoscere i più oscuri segreti dell’universo tramite la ragione, a causa della propria precarietà e finitudine.

L’uomo, però, è l’unico ad essere consapevole, grazie alla riflessione, della propria miseria e ciò lo rende paradossalmente un essere dignitoso più di ogni altro.

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mario manzi

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