Tanto Monolith ha fatto parlare quanto ancora c’è ne da dire. Pochi sapranno, ad esempio, che nel film sono state girate due scene interamente in CGI:

“due scene così coraggiose e per altro così importanti per la drammaturgia del film non sono mai state girate interamente in CGI”.

Lorenzo Muto, film editor di Monolith

Lorenzo Muto, Monolith

Lorenzo Muto, foto di Gianfilippo De Rossi (Instagram: Gianphoto).

Il montatore del film, Lorenzo Muto ci racconta in un’intervista quello che ancora non sappiamo sul survival distopico italiano diretto da Ivan Silvestrini (uscito il 12 agosto in Italia).  Monolith è stato un vero e proprio event per il cinema italiano: già sappiamo che si tratta di un’operazione cross-mediale che ha previsto la fortunata nascita del film parallelamente a una sua omonima graphic novel (Bonelli editore). Si tratta di un film interamente prodotto dall’Italia, ma girato negli USA e che ha avuto una distribuzione efficiente (ben 17 paesi).

Monolith si colloca in uno “scenario assolutamente atipico per il panorama italiano”.  L’altezza con cui Monolith è riuscito ad attendere le sue ambizioni è passata in tutte le fasi del progetto, dalla pre-produzione alla post. Lorenzo Muto, al suo primo lungometraggio come editor, ci apre le porte del mondo della post-produzione e della collaborazione che avviene tra montaggio, effetti visivi e suono. Un mondo, quello dell’editing, che sta ancora un po’ nell’ombra nello scenario italiano, anche quando diventa protagonista nella realizzazione di un film di genere.

Vediamo insieme.

Raccontaci subito quali sono le due scene girate interamente in CGI

La prima scena è quella in cui Sandra scaraventa l’automobile a dal Canyon e la seconda è quella in cui lei lo risale con la macchina a tutta velocità. In sostanza il climax del film è stato affidato interamente alla computer grafica. Non ci sono due scene così coraggiose nel cinema italiano di oggi, due scene così importanti per la drammaturgia del film affidate interamente in CGI.

Nel caso di Monolith come è stato il lavoro di post-produzione?

Monolith è cambiato molto in fase di montaggio, abbiamo dovuto aggiustare delle cose rispetto alla sceneggiatura: in montaggio siamo riusciti ad aggiungere suspense a certe scene, come, ad esempio, quando Sandra tenta di sabotare Monolith e le ventole di raffreddamento si fermano a causa del suo raffinato sistema di sicurezza. Questo non era previsto in sceneggiatura. Abbiamo inoltre lavorato a lungo perché bisognava creare le grafiche da zero. Ad esempio la dashboard della macchina non esisteva, bisognava pensare al look da dargli e poi a come realizzarlo. Tutto questo è iniziato in fase di montaggio. Per tanto tempo abbiamo montato con il green screen, senza aver un’idea chiara di come avremmo fatto funzionare il meccanismo della macchina. La cosa bella è che tutti noi della post abbiamo visto evolvere il film, facendo errori e scoprendo di volta in volta cosa potevamo fare per perfezionarlo. E’ stato perciò anche un percorso di scoperta collaborativa che è riuscito nella sua realizzazione perché abbiamo ottenuto quel tipo d’impatto visivo che cercavamo. Monolith è nato dai disegni di Lorenzo Ceccotti, grazie ai quali abbiamo immaginato come potesse avvenire l’interazione tra Sandra e l’automobile. Ma solo quando Cristiano De Veroli (graphic designer) ha sviluppato e animato le parti in green screen le scene prendevano davvero vita.

Eravate coscienti che in post-produzione ci sarebbe stato tanto lavoro da fare e che, per altro, avreste potuto sconvolgere la struttura del film?

La linearità della trama e l’one scenario ha permesso di montare a blocchi. Abbiamo lavorato a varie versioni del film, a volte, anche per mia iniziativa: provavo a montarlo in modo diverso per capire come potesse funzionare meglio. A volte proponevo io le soluzioni, perciò il mio lavoro ha avuto tanta libertà creativa da questo punto di vista. Tutto il montaggio in realtà è stato anche un proporre oltre che realizzare quello che era già stato scritto. Sono stati giorni intriganti e molto intensi. Le idee erano tante, così come i dubbi che ci assalivano. Perciò tante volte osavamo, ci sono citazioni: come la macchina che si chiude dal punto di vista dell’impulso elettrico. E’ ciò che succede anche in Apollo 13 quando Tom Hanks preme il pulsante del rimescolamento dell’ossigeno e la serpentina va in cortocircuito ed esplode. In Monolith serviva entrare dentro l’organismo dell’automobile, cosicché lo spettatore avesse la possibilità di immergersi nella complessità del sistema.

Qual è stato il cambiamento più drastico rispetto alla sceneggiatura?

Il film prevedeva in montaggio tutt’altro inizio. Il film iniziava con una scena molto integrata con il CGI e raccontava l’incidente di un’altra Monolith, precedente agli eventi che si susseguono nel film. Noi spettatori vedevamo il servizio in tv di un giornalista che raccontava di quest’incidente e Sandra ne sarebbe venuta a conoscenza soltanto quando la macchina l’avvertiva del traffico e le suggeriva di svoltare per la strada sterrata. Questa scena è stata cambiata, perché non si voleva creare fin da subito un’atmosfera cupa. Al contrario, si voleva creare tutt’altro clima, la Monolith doveva essere un oggetto di uso quotidiano, perciò si è creato lo spot sulle tracce delle pubblicità Apple. Aver cambiato l’incipit ha determinato le motivazioni che portano avanti il personaggio. Alla fine era meglio che Sandra scegliesse di intraprendere la strada sterrata perché aveva smania di arrivare dal marito e perché si fidava della macchina. Cambia molto l’atmosfera così, non c’è
alcun cattivo presagio nella versione definitiva e la macchina conferisce, durante tutto il primo atto, un senso di sicurezza e rassicurazione sia al personaggio che allo spettatore. Se il film fosse iniziato con un’incidente lo spettatore avrebbe già respirato la fallibilità della macchina.

Monolith

Per Monolith perciò il lavoro di post produzione ha giocato un ruolo alquanto determinante… E come montatore mi stai raccontando un processo lavorativo che diventa protagonista durante la realizzazione del film…

La cosa interessante è che Monolith ha creato, se volgiamo, un nuovo approccio al cinema, che punta molto sulla post-produzione. Siamo nel genere della fantascienza e perciò è normale, ma non è ancora così scontato, soprattutto in Italia. Per un film di genere come questo mi piacerebbe che gli artisti (ndr.) della post-produzione fossero protagonisti nella promozione. Perché è importante che si sappia che in Italia si riescono a fare questi tipi di film e anche che ci sia gente tecnicamente pronta a farli.

Sarebbe stato interessante perciò se all’anteprima di Monolith che si è tenuta il 12 Agosto al UCI Cinema di Roma, si avesse parlato di più di questa fase: sarebbe stato come dire “l’Italia ha tutti i requisiti e gli strumenti per fare film “americani”…

Si, è un argomento che va assolutamente approfondito in Italia. Sarebbe bellissimo portare in giro alle conferenze stampa gli effetti speciali. Il lavoro di graphic design è ancora un behind the scene, ma da un punto di vista cinematografico parlare di effetti speciali sarebbe necessario.

Dal lavoro fatto e dalle tue parole si intuisce che ci sia stato un lavoro di squadra…

Vorrei che dal film trasparisse la passione con cui abbiamo lavorato in post produzione. Da Andrea Vincenti e Federico Gnoli (Graphic designers) che hanno affrontato tra Los Angeles e Roma questioni importanti, a Diego Buongiorno che ha inventato l’intero tema musicale. Tanti di noi eravamo al primo film, perciò c’è stato tanto entusiasmo e voglia di farlo. Tutti i reparti della post produzione erano legati tra di loro per la passione per il genere e per la storia che stavamo raccontando. La nostra sintonia era palpabile. Quando, ad esempio, parlavamo di
come creare le scene di CGI, ci parlavamo facendoci degli esempi che tutti quanti avevamo benissimo in testa: horror, survival, videogame, fantascienza erano nel nostro background culturale, perciò si è creato molto facilmente un bel lavoro di squadra.

Effetti speciali, montaggio e suoni sono codici linguistici necessari per un film, ma diventano protagonisti fondamentali per Monolith che prima di tutto è un high concept con un look tutto suo, un film che rimanda a un intero genere – da Duel di Steven Spielberg a 2001: A Space Odissey di Stanley Kubrick; da Gravity di Alfonso Cuaròn a Her di Spike Jonze. La conclusione è che anche in Italia si riescono a fare film di genere e a girare scene epiche come fanno negli USA. Qualche auspicio?

Esatto. Il messaggio di questo film resta comunque che questo genere in Italia si può portare avanti, ci sono i mezzi, le persone, e soprattutto il gusto per fare questo genere di film. Ad esempio Lo chiamavano Jeeg Robot, ottimo film, fa riferimento a tutta quanta una serie di titoli, invece Monolith fa riferimento a un intero universo, che è quello della fantascienza con delle scene con quella sospensione di credibilità che ti permette, ad esempio, di scalare una montagna con una macchina. Il risultato è assolutamente ottimo…

Vorrei che dal film trasparisse la passione con cui abbiamo lavorato in post produzione. Da Andrea Vincenti e Federico Gnoli (Graphic designers) che hanno affrontato tra Los Angeles e Roma questioni importanti, a Diego Buongiorno che ha inventato l’intero tema musicale. Tanti di noi eravamo al primo film, perciò c’è stato tanto entusiasmo e voglia di farlo. Tutti i reparti della post produzione erano legati tra di loro per la passione per il genere e per la storia che stavamo raccontando. La nostra sintonia era palpabile. Quando, ad esempio, parlavamo di come creare le scene di CGI, ci parlavamo facendoci degli esempi che tutti quanti avevamo benissimo in testa: horror, survival, videogame, fantascienza erano nel nostro background culturale, perciò si è creato molto facilmente un bel lavoro di squadra.

Anna Pennella

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