Nell’immenso e variegato mondo della cinematografia è raro imbattersi in quelle pellicole speciali, di grande effetto e spessore da cui si rimane affascinati ma quando accade l’effetto è istantaneo, come un colpo di fulmine, non ci dimenticheremo mai di quella particolare rappresentazione che in poco più di due ore ci ha aperto cuore, mente e tutto un mondo. E’ appunto di film come “Mi Chiamo Sam” che ci si innamora al primo sguardo: quando fin dalla prima scena non si riesce a distogliere gli occhi dallo schermo.

La trama non è affatto banale ma neanche troppo innovativa, sicuramente unica della sua semplicità.

Sam Dawson è un uomo adulto di New York sulla trentina che ha un impiego fisso in una delle filiali “Starbucks” della sua città. Sembrerebbe una persona normale ad un primo sguardo, ma ad un’analisi più approfondita si nota che l’uomo è affetto da sindrome di Down. A causa di una imprevista avventura di una notte, Sam si ritrova alle prese con la paternità, unico responsabile della crescita di sua figlia Lucy dopo che la madre della bambina decide di andare via.

Col passare degli anni Lucy cresce e finisce per sviluppare capacità cognitive ed intellettive maggiori rispetto a quelle di suo padre. E’ appunto per questo problema che la bambina viene trattenuta dagli assistenti sociali, diffidenti nel credere che Sam possa crescere da solo sua figlia. Con l’aiuto di una schiera di compagni fidati e di Rita Harrison, uno degli avvocati più in gamba della città, l’uomo combatterà con tutte le sue forze per rivendicare il diritto genitoriale sulla sua bambina.

Sam, ovviamente,  è il personaggio focale dell’intera pellicola. E’ la pecora bianca in mezzo a tante pecore nere, colui che fa della sua diversità un punto di forza e non un danno come molti potrebbero anche pensare. Sean Penn (candidato nel 2002 all’Oscar come Migliore Attore per questo ruolo), interprete di Sam, riesce a dare allo spettatore l’idea della vita di una persona con disabilità psichiche, riportando ogni semplice gesto, dal movimento delle mani al modo di parlare, evitando prontamente e con grande bravura di mancare di rispetto a coloro che davvero ogni giorno affrontano la vita in questo modo. Sam ha quel “quid” in più, quella marcia che lo porta a tener testa agli ostacoli ed alla vita in modo diverso. Affronta il tutto con grande leggerezza aggiungendo al complesso una nota di solare ed incoraggiante ironia, dando la reale sensazione che dopo aver toccato il fondo si possa davvero risalire.

Nel suo abbigliamento semplice e rustico vi è la profonda convinzione di non voler dare nell’occhio in quanto consapevole che lo sguardo delle persone è attratto su di lui principalmente a causa della sua disabilità. Per i suoi amici inoltre è quel collante che li mantiene uniti. Quella sorta di punto fisso al quale tutti si riferiscono, come il leader di una band quale i “Beatles”, la preferita del protagonista.

Il personaggio di Dakota Fanning, la piccola Lucy, figlia di Sam, è l’ ancora al quale l’uomo si aggrappa per ogni cosa, alla quale sente di essere connesso, a dispetto della distanza che li separa. La piccola cerca in tutti i modi di non far pesare al padre quella peculiare ed evidente differenza intellettiva, abbatte ogni barriera, anche quella dell’età nel trattarlo come una persona normale dando prova di grande empatia ed insolita compassione, affatto comune nelle persone in generale, figurarsi nei bambini.

Interessante nella pellicola è il cercare in ogni modo possibile di capire che cosa sia meglio per Lucy. Da un lato c’è Sam, con il suo handicap, ma anche con il suo amore di padre e dall’altro Randy, la donna a cui Lucy viene affidata, che prova un affetto incondizionato nei suoi confronti. Difficile e avvero personale decidere dove debba pendere il piatto della bilancia.

Presenza di rilievo e di determinante importanza per il protagonista è quella di Rita Harrison, alla quale presta il volto la straordinaria Michelle Pfeiffer, l’avvocatessa  che permetterà a Sean di lottare per la custodia di sua figlia.  Lei è una donna che si veste per vincere. E’ un personaggio irritabile, nevrotico e poco solare. Nonostante l’ambiente in cui si va ad inserire gradualmente, la donna, circondata da persone disabili, finisce per diventare la personalità più instabile di tutte. Infatti sono proprio i comportamenti paranoici ed ossessivo-compulsivi uniti alle sue manie di perfezione ad essere i primi aspetti accettabili della disabilità. E’ come se Rita infatti subisca una sorta di trasformazione, come se cercasse in qualche modo di tornare ad essere umana ed annullare quello stato quasi meccanico al quale si era condannata. E’ inoltre un’immancabile bugiarda, alienata dalle sue emozioni e  si imprigiona totalmente nella gabbia di monotona routine da lei creata. Conduce una vita a dir poco frenetica, sempre in movimento, forse convinta del fatto che se si fermasse per un minuto correrebbe il rischio di provare sentimenti. E’ ossessionata dalla vittoria, vive per vincere ed il solo fermarsi per provare qualche emozione è come aver perso una battaglia contro il suo ego.

Con una sapiente regia di Jessie Nelson, questo film si sofferma sulla concezione di una diversità universale: tutti siamo diversi, ma ognuno a modo proprio. E’una storia che concerne la famiglia o quanto meno riguardante ciò che definisce una famiglia o la figura del genitore e come tale è capace di evocare negli spettatori delle particolari risonanze. La disabilità psichica, perno fondamentale della narrazione, copre molteplici aspetti ma solo alcuni vengono messi in evidenza.

Questa pellicola è ciò che si può chiamare un inno alla diversità affrontata non come “estraneità” ma come una sorta di nuova quanto “altra normalità”. L’uomo nel volersi sentire perfetto e nel non voler apparire “stupido” si incatena in una immaginaria ed opprimente camicia di forza.

Ma guardando queste scene ci si immedesima nei personaggi e ci si rende conto che il fulcro del problema sta non tanto nell’accettazione ma quanto nel vissuto. Passare dei momenti con chi è diverso fa rendere conto di come il concetto stesso di diversità sia relativo. “That’s A Good Choice” (“E’ un ottima scelta”) come dice sempre Sam. E si tratta proprio di scelta: prendere la decisione di chiudere il proprio cuore nell’indifferenza o di aprirlo nei confronti di una caparbia quanto matura accettazione del prossimo.

 

Antonio Minichini

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La Redazione

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