Se i criminali hanno sbagliato allora noi siamo giustificati a commettere crimini nei loro confronti? Vediamo cosa accade a Litchfield

La morte di Poussey Washington, che nell’ultima puntata della quarta stagione viene uccisa involontariamente da una guardia carceraria nel tentativo di ripristinare l’ordine all’interno della prigione, è l’inizio di una rivolta di massa che coinvolgerà, volenti o nolenti, tutte le detenute di Litchfield. La ribellione è il culmine di una serie di proteste iniziate da quando il carcere è finito nella mani di una azienda privata che tratta le detenute come delle variabili per ottenere profitti, privandole dei loro diritti. Le detenute, infatti, vengono perquisite senza motivo, in tali occasioni anche molestate, sono costrette a mangiare cibi disgustosi alla mensa e a fare lavori forzati in quelli che vengono chiamati “programmi di educazione”, ma che di educativo non hanno nulla.

La rivolta di Litchfield trascina tutto quello che incontra al suo passaggio: il signor Caputo viene tenuto in ostaggio dalla squadra delle nere e le guardie carcerarie finiscono alla mercé delle detenute che possono finalmente vendicarsi su di loro. La prima guardia che subisce le angherie delle detenute è Humphrey, che prima viene sparato a una gamba da Dayanara (la detenuta rimasta incinta nelle stagioni precedenti, ndr) e poi è vittima di un ictus causato da un’iniezione di aria fattagli da un’altra detenuta (Kukudio, l’amante di Suzanne, ndr). Dopo l’ictus che lo paralizza quasi del tutto, Humphrey diventa un pupazzo nelle mani delle detenute: lo muovono per i loro scopi, lo sbeffeggiano, imitano crudelmente l’espressione innaturale che gli ha fatto venire l’ictus.

 

Le altre guardie vengono fatte spogliare in biancheria e rinchiuse nella guardiola che affaccia sui dormitori. Qui sono costrette a fare i loro bisogni in dei secchi sotto lo sguardo dei loro compagni e delle detenute, che le sorvegliano senza tregua dai vetri della guardiola. Le guardie subiscono lo stesso trattamento che hanno riservato in passato alle detenute: vediamo le ribelli fare continue allusioni sessuali nei loro confronti, lanciargli sguardi e sorrisi lascivi, toccare e, in un caso estremo, chiedere di essere masturbate. La sottomissione e la paura provata dalle guardie al cospetto delle detenute di Litchfield sono una rivalsa per le detenute di tutto il mondo che hanno subito abusi sessuali da parte guardie carcerarie, abusi che vengono comunemente giustificati dalla logica secondo cui “i criminali non hanno diritti”.

Su questo tempo Orange is the new black pone delle domande precise: se i criminali non hanno diritti, allora il carcere non è più una struttura educativa ma il luogo in cui fare dei fuorilegge ciò che si vuole? Se i criminali hanno sbagliato allora noi siamo giustificati a commettere crimini nei loro confronti?

Durante la rivolta il carcere si divide in due fazioni principali: le nere, che lottano realmente per il cambiamento, e le bianche/ispaniche, che approfittano della sommossa per sfogare il loro odio e la loro aggressività . Le detenute del primo gruppo comunicano con i giornalisti, contrattano con i rappresentanti mandati all’interno del carcere e non si accontentano di veder soddisfatte solo alcune delle loro richieste; simbolico è il gesto con cui le detenute danno fuoco alle buste di patatine a loro spedite allo scopo di farle arrendere facilmente. Le detenute del secondo gruppo, al contrario, tormentano gli ostaggi, li rinchiudono nei bagni chimici puzzolenti della prigione, perseguitano le detenute che non si adeguano alla sommossa e si accaniscono su Judy King perché il carcere le ha riservato un trattamento di favore.

La rivolta, nonostante il caos generale, diventa anche l’occasione per fare qualcosa di positivo: alcune detenute costruiscono un monumento di libri in memoria di Poussey, si dedicano all’arte disegnando murales in giardino e trascorrono la vita all’aria aperta: sono come delle nuove figlie dei fiori che, lontane dalla violenza perpetrata tra le mura del carcere, perseguono ideali di pace e libertà. Un’oasi di pace è quella creata da Frieda, un’anziana detenuta, che si rintana con le compagne da lei prescelte in una zona dismessa della prigione che è riuscita a trasformare con duro lavoro in una casa a tutti gli effetti. Qui le detenute sono distanti dalla protesta, la rifuggono, la temono, non vogliono mischiarvisi, ma vivere un’ideale di serenità che viene interrotto, non senza resistenze, dalle urla delle prigioniere rapite da Piscatella.

La rivolta di Litchfield a più riprese assume dei volti terribili, perché crea una situazione di anarchia che rende semplici le cose ai cattivi: è per questo che Piscatella, il direttore delle guardie carcerarie, riesce ad introdursi furtivamente nel carcere e a sequestrare Red e la sua “famiglia”, composta da Alex, Piper, Niki e Flores. Isolate all’interno della prigione, le detenute vengono legate, imbavagliate e torturate da Piscatella, che rompe un braccio ad Alex e rasa a zero i capelli di Red. In questo frangente viene anche mostrato il passato di Piscatella e il suo battesimo da cattivo, che avviene quando lui, da giovane guardia carceraria, uccide il detenuto che ha aggredito e violentato il suo fidanzato, anche lui detenuto. Viene mostrato anche il suo pentimento quando, nella scena finale in cui Taystee gli punta una pistola alla testa, accusandolo di essere responsabile della morte di Poussey, lui controbatte dicendo che uccidere qualcuno non la farà sentire meglio.

Un altro momento oscuro della protesta è quello in cui Humphrey, morto a seguito dell’ictus per il quale non è stato curato, viene sbattuto da un lato a un altro della prigione, fino ad essere gettato nell’armadio delle scope, per nascondere le malefatte delle detenute che stanno ancora contrattando e per cui la notizia relativa ad Humphrey sarebbe un danno enorme. Come dirà anche uno degli ostaggi, le detenute stanno combattendo per una giusta causa ma con i mezzi sbagliati, che li renderanno ancora più deplorevoli agli occhi degli altri quando la rivolta sarà finita.

L’improvviso scoppio della rivolta intrappola nel carcere di Litchfield una dipendente dell’azienda che gestisce il carcere, che è costretta a travestirsi da detenuta e a fingersi una famosa truffatrice del Connecticut: è Linda Ferguson, il capo del’ufficio acquisti dell’azienda che, vivendo il carcere in rivolta, prende coscienza del fatto che le scelte di profitto si ripercuotono tragicamente sulla pelle delle detenute e che la dignità umana va sempre anteposta al guadagno. La sua presa di coscienza è un monito per tutti coloro che credono che la vita dei detenuti non sia importante e di conseguenza sacrificabile per il profitto e la sua esperienza nel carcere è una vendetta orchestrata dalla finzione televisiva ai danni di un pensiero comune che fa ribrezzo.

Al termine della rivolta tutte le trattative saltano in aria: Taystee, l’anima della protesta, rifiuta l’accordo perché non prevede l’arresto della guardia che ha ucciso Poussey, gli ostaggi vengono liberati da alcune carcerate e le forze dell’ordine fanno irruzione nel carcere mettendo fine alla rivolta. Le detenute sono ammanettate sul prato, sconfitte e deluse perché ognuno ha lottato a modo suo o ha perseguito i propri scopi e perché non c’è mai stato un senso in una rivolta con tante facce diverse.

I destini delle detenute si separano amaramente nel finale di stagione: riusciranno in quelle a venire a trovare la strada della redenzione?

A proposito dell'autore

Grazia Caputo
Autore della sezione Libri

Sono laureata in Scienze della comunicazione e studio Giornalismo alla Sapienza. Scrivo per il We smile fin dalla sua nascita . Mi piace leggere, scrivere e cucinare. Amo la natura e gli animali.

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