La riscoperta del tesoro perduto di Cif Amotan II e lo straordinario modo di Damien Hirst di esporlo al Palazzo Grassi a Venezia.

Questa è la storia di Aulus Calidius Amotan (soprannominato Cif Amotan II ) di Antiochia, un liberto vissuto tra il I e il II secolo d.C., che divenne un collezionista di opere d’arte di inestimabile valore e ricchezza.

Di anno in anno i suoi tesori non facevano che ammontare, splendidi monili e preziose statue provenienti dai più disparati angoli del mondo, tanto che la sua fama accrebbe velocemente.

Temendo per la dispersione della sua immensa fortuna, lo schiavo affrancato decise di far costruire un tempio dedicato al Sole a Asit Mayor, una sorta di galleria dove i suoi tesori sarebbero stati protetti e custoditi negli anni avvenire.

Imbarcato il prezioso carico a bordo del vascello Apistos (dal greco: Incredibile, Unbelievable esattamente come il nome della mostra), la spedizione partì per raggiungere la destinazione prescelta. Tuttavia il destino non disdice quasi mai una nota ironica e quasi per scherzo, o forse per punire l’eccessiva avidità di Amotan, come in tutte le storie che si rispettino, la nave venne colta da una terribile tempesta e naufragò. L’inestimabile collezione venne perduta, abbracciata dalle profondità delle acque, ora nuove sovrane e custodi del relitto. Passarono gli anni, poi i secoli e la storia del tesoro divenne ben presto una leggenda, arricchita di bocca in bocca con un alone di mistero e di sacralità.

Tuttavia questa storia non è destinata a terminare così, nell’oblio della dimenticanza e del ricordo ed è proprio a questo punto che avviene la svolta, il cambio di trama e subentrano nell’intreccio altri due fondamentali personaggi: l’irriverente artista britannico Damien Hirst e il celebre collezionista francese François Pinault.

Il repentino cambio di trama avviene nel 2008, quando una spedizione di archeologi, capitana dallo stesso artista, ritrova dopo lunghe ricerche il vecchio tesoro impreziosito dal mare, al largo delle coste orientali dell’Africa, nell’Oceano Indiano.

Riemergono da un lungo sonno statue e oggetti di ogni materiale, dal bronzo all’oro, passando per l’argento, la malachite, il porfido, il marmo rosa e il cristallo. Ogni pezzo ha la propria storia da raccontare, ha una propria origine, che viene diligentemente schedata. Di alcune di queste opere si è deciso di preservarne il carattere originale, mentre di altre se ne sono tratte fedelissime copie che potessero renderne giustizia.

The Severed Head of Medusa, malachite © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE

The Severed Head of Medusa, malachite
© Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved,
DACS/SIAE 2017

E si arriva così al 2017, il collezionista di arte contemporanea, nonché stimato amico dell’artista, François Pinault, avendo seguito e supportato con estremo entusiasmo il sensazionale progetto di Hirst, si propone per poter ospitare i cento tesori del liberto presso gli spazi espositivi Veneziani della sua fondazione: a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana. Nasce la mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable, a cura di Elena Geuna, e non a caso viene scelta Venezia come città ospitante: i reperti, seppur privati del loro involucro acqueo protettivo, continuano incessantemente a comunicare con il mare, elemento che si trova a pochi passi da loro. Inoltre nella città rimane ancora viva l’idea del commercio navale con l’Oriente e lo stesso Pinault si pone a confronto come collezionista e mecenate moderno con la figura storica di Cif Amotan II.

Percorrendo le sale della mostra non si può che rimanere abbagliati e completamente rapiti dalla bellezza delle opere, dalla tecnica e dalla precisione con cui sono state realizzate. Tra divinità greche, romane, babilonesi, egizie e indiane (alcune di queste ancora ricoperte di coralli e spugne) il nostro sguardo viene costantemente sollecitato e abilmente ingannato: ciò che a prima vista può sembrare chiaro e facilmente interpretabile con una prima e rapida lettura, se osservato con estrema attenzione e da un’altra angolazione si rivela essere tutt’altro.

In questa mostra niente è come appare, a partire dall’enorme colosso d’ingresso a Palazzo Grassi, l’enorme statua acefala del “Demon with bowl”, che si può considerare come il custode del tesoro, possiede quasi dei tratti Blakiani; oppure si rimane affascinati e perplessi davanti alle bellissime statue di “Aten” e “Aspect of Katie Ishtar”, dee e regine dal volto talmente familiare da ricordare celebrità della scena musicale dei giorni nostri; o ancora non si può che osservare con tenerezza e con uno spensierato sorriso i lavori “Best Friends” e “The Collector with friend”. Persino gli stessi elementi marini attaccati alle statue non sono quello che sembrano.

I due spazi espositivi si trasformano loro malgrado in eccentriche wunderkammer, dove l’artista si prende bonariamente gioco dei sensi e delle conoscenze del visitatore, mettendo costantemente in discussione le sue certezze, provocando e spezzando i suoi giudizi, alternando continuamente il mito e l’immaginazione, la storia e la finzione, il vero e il falso.

Dove comincia la ricerca archeologica e fino a dove si spinge la pura immaginazione dell’artista?

Aspect of Katie Ishtar Yolandi, bronzo © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017

Aspect of Katie Ishtar Yolandi, bronzo
© Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved,
DACS/SIAE 2017

Con questo nuovo progetto, Damien Hirst ritorna clamorosamente sulla scena artistica mondiale e lo fa con gran classe, fingendosi al tempo stesso demiurgo e cantore moderno di una leggenda che lui stesso ha contribuito a rendere ancora più accattivante (non a caso si fa ritrarre sotto mentite spoglie come “The Collector, Bust”).

Questa volta l’artista pone una profonda rottura con la sua precedente arte e esplora nuove questioni concettuali: ad essere interrogata non è più la sfera della morte come lo era stato per opere come “Mother and Son (Divided)” o la serie di squali immersi nella formaldeide, ma questa volta la domanda viene probabilmente posta allo stesso concetto di vita. Tuttavia non alla vita in senso lato, ma alla vita dopo la morte, ovvero alla memoria e al ricordo, al dovere storico e simbolico di ogni opera artistica, poiché queste opere sono già allegoricamente morte una volta, ma sono rinate per volontà di uomini che hanno permesso che esse venissero nuovamente ammirate e ricordate (al di là del concetto di autenticità o meno, che viene comunque esplorato in questa mostra).

Demon with bowl, bronzo © Ig metacop

Demon with bowl, bronzo
© Ig metacop

Qui sussiste la sostanziale differenza tra i personaggi della nostra storia: lo sbaglio di Cif Amotan II sta nella sua insaziabile brama, una brama che stava per far inconsapevolmente morire la sua collezione, privandola alla memoria del mondo, nel suo folle tentativo di racchiuderla in uno “scrigno”, invece Damien Hirst è ben consapevole che l’arte non può rimanere fissa in unico posto, ma deve costantemente circolare, facendo riecheggiare il passato e cercando al contempo di rimanere il più fedele possibile alle proprie origini.

Tuttavia sta a noi come fruitori scegliere se credere o meno all’artista (così come decidiamo di credere alle favole e alle leggende) e se diventare saggi custodi di questa bellezza, così come lo è stato premurosamente l’oceano per tutti questi secoli, poiché alla fine l’arte non è altro che una magica storia, piena di menzogne e illusioni, che nonostante ciò porta sulle sue spalle l’intera eredità dell’uomo.

La mostra, inaugurata il 9 Aprile 2017, è visitabile fino al 3 Dicembre 2017. Per maggiori informazioni rivolgersi al sito www.palazzograssi.it

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