La questione del tempo della coscienza è forse una delle più dibattute in filosofia, come anche in ambito scientifico.

Non mi riferisco soltanto ai ben noti discorsi inerenti la relatività o assolutezza del tempo ma soprattutto alla sua consistenza ontologica, ovvero al problema della realtà oggettiva o soggettiva del tempo.

Quella del tempo potrebbe sembrare, a uno sguardo superficiale, persino una questione inutile: il veder susseguirsi del giorno e della notte, come anche delle stagioni, ci porta automaticamente a pensare che l’esistenza del tempo non possa essere messa in discussione e che esso sia una sorta di determinazione del movimento.

Il filosofo francese Henry Bergson, invece, ci fa notare come il concepire il tempo in modo spazializzato, ovvero come successione di istanti uguali ed esterni* l’uno all’altro e misurabili pertanto da un orologio, sia il modo tipico della scienza e più precisamente della meccanica che studia appunto il movimento e le condizioni di stasi dei corpi. Il fisico, dunque, sarà interessato ad osservare quanto tempo impiega un corpo a percorrere un determinato spazio e potrà ripetere l’esperimento quante volte vorrà ma non ci dirà nulla su cosa è accaduto all’interno del soggetto senziente.

L’io di ogni individuo, la sua coscienza, scrive Bergson, coglie il tempo come durata reale nel senso che vive quei singoli istanti nel loro fluire continuo ed unitario all’interno della propria memoria dove ogni dato percepito si salda a quello precedente e non ne è separato ma cresce insieme ad esso, come un gomitolo di lana, e dove ogni percezione porta in sé novità in quanto è irrimediabilmente diversa dalle altre con le quali e in relazione.

Ogni istante, tra l’altro, ogni periodo vissuto dalla coscienza è anche qualitativamente diverso in relazione al singolo che lo sperimenta ed è per questo che ci capita di vivere “ore interminabili” per la pesantezza che comportano e “giornate che volano via” perché ci risultano particolarmente gradevoli.

Ecco quindi delinearsi nella filosofia del tempo bergsoniana una differenza tra una temporalità esterna scientifica ed una temporalità interna spirituale, tra di loro irriducibili perché facenti parti di ambiti diversi del reale: uno interessato al tempo per fini pratici, l’altro per comprenderne l’impatto sull’interiorità dell’uomo.
Esterno*: non collegato ad altro, che non influenza

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mario manzi

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