La crisi del sapere filosofico procede di pari passo con la progressiva conquista di autonomia da parte delle moderne scienze della natura e dello spirito. Qual è però il senso profondo di tale autonomia, dapprima rivendicata programmaticamente e oggi operativamente attuata e applicata in tutti gli innumerevoli settori disciplinari della ricerca scientifica? Se ci atteniamo all’ideologia scientifica, quale si è venuta configurando da Bacone, passando per Locke fino ad arrivare a Popper, il senso di tale autonomia risiede nel fatto che la metafisica ha avuto il merito storico di aver dato vita ad un sapere tale da rendere l’uomo capace di ragionare e discernere, quindi dedito alla ricerca conoscitiva razionale; la metafisica, però, limitato tale compito ad un ruolo meramente verbalistico-definitorio, sfocia di conseguenza nel dogmatismo e in futili immaginazioni mentali. Da qui, dunque, l’improduttività della filosofia, secolarmente afflitta da una contesa dialettica tra sistemi metafisici, eternamente irrisolta.

A questa inutile contesa, i fautori dell’autonomia della ricerca scientifica, oppongono diverse argomentazioni.

Anzitutto il compito della ragione conoscitiva non è sintetico: la ricerca conoscitiva deve partire da fatti e non da idee a priori, cioè deve apprendere dalla natura stessa, ubbidendole, così da poterla infine comandare o addirittura modificare. Per poter far ciò, bisogna basare le nostre analisi su esperimenti.

La metafisica, inoltre, si basa su un vacuo verbalismo, su idee superstiziose e dogmatiche; bisogna, quindi elaborare una differente logica ed un differente linguaggio per esprimere le interrelazioni che intercorrono tra i fatti dell’esperienza; tale linguaggio è la matematica. Questa rivoluzione metodologica, produce come risultato un’ideale “esattezza” conoscitiva, presupposto fondamentale per ogni innovazione e invenzione strumentale.

Ne deriva che il criterio matematico-sperimentale, va esteso a tutti i campi del sapere, passando da una fase meramente empirico-descrittiva, a una fase predittiva, ad una fase operativa.

Non ha senso, dunque, la pretesa della filosofia teoretica di erigersi come metafisica nella scienza di tutte le scienze, cioè come fondamento generale del sapere. Per la scienza, dunque, non esiste la verità come contenuto metafisico determinato; esiste solo la verità meramente formale del metodo, nel suo rigore matematico. Né, ovviamente, ha senso la pretesa della filosofia teoretica di presentarsi come ontologica, cioè come dottrina generale dell’essere dell’ente (dell’essenza di tutto ciò che è). Come disse emblematicamente Locke, non è veramente il filosofo a conoscere l’oro, del quale intuirebbe solamente l’essenza ultima, affidandosi unicamente al pensiero; la parola “oro” è solo un segno convenzionale comunicativo per indicare l’insieme delle qualità analitiche di questo ente naturale. Ne deriva che, a conoscere veramente l’oro, è colui che, eliminando le immaginarie essenze metafisiche, si misura concretamente con le sue qualità sperimentali.

Ciò significa che la filosofia, eliminando la sua vocazione metafisica, e abolendo di fatto le sue pretese teoretico-conoscitive e ontologiche, può continuare a sussistere o come mera ricerca storiografica rivolta al notevole patrimonio di idee del passato, oppure come  ricerca logico-matematica, cioè come messa a punto di rigorosi modelli metafisici formali, in connessione con i concreti processi conoscitivi delle scienze.

Per quanto concerne la natura della verità scientifica, essa va intesa in senso complementare al carattere operativo e specialistico delle scienze.  Queste non sono la passiva osservazione di un mondo già dato in sé, ma costituiscono un attivo promuovere risultati controllabili, ripetibili o addirittura costruibili ex novo. La verità della scienza è “performativa”, consiste cioè nel provocare conseguenze strumentali, a partire da condizioni date (ma al limite esse stesse sostituibili). La verità della scienza, fa dunque tutt’uno con il successo della sua potenza tecnica.

Qual è, però, il senso ultimo delle suddette argomentazioni? Essenzialmente questo: l’impresa scientifica moderna ha la sua verità nel progetto tecnologico. Come detto da Heidegger, la verità della scienza è la tecnica (intesa nella sua accezione moderna, industriale e performativa). Ma che cos’è la tecnica? Ecco una domanda improponibile per la mentalità scientifico-tecnlogica, anzitutto perché essa, chiedendo conto della tecnica in generale, ne domanda in pratica l’essenza o la definizione. La domanda, cioè,  interroga nel vecchio stile metafisico; è dunque una tipica domanda teoretica, e tale è qualsivoglia domanda di senso o relativa al senso ultimo delle cose. Si può ben capire, quindi, che quando Hussere sollevava il problema del “senso” della ragione scientifica, metteva in luce il punto cieco della ragione scientifica stessa, ciò a cui la ragione scientifica non può rispondere o corrispondere, essendo tale cecità peculiare e strutturale e, anzi, valendo come sua natura metodica istituente.

Di fronte alla domanda sul senso della tecnica la scienza non potrebbe infatti procedere se non analiticamente. Essa può e deve studiare i fenomeni della tecnica in tutte le loro differenze, in tutta la gamma delle peculiarità disciplinari sempre più specifiche, senza peraltro che alcuna d queste ricerche possa mai mettere capo a una risposta complessiva o globale. La domanda sulla tecnica si traduce in un percorso analitico infinito, nel quale cresce enormemente e progressivamente l’informazione, la “conoscenza“, la “competenza tecnica” del fenomeno, ma proprio per questo diminuisce e progressivamente scompare la possibilità di pensare il senso e di comprenderlo o racchiuderlo entro un generico schema.

Carmine Speziale

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mario manzi

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