L’immagine che Platone ci ha lasciato di Eros, differentemente dalla tradizione mitica, non è quella di un dio ma di un demone, una creatura intermedia tra i mortali e gli dei, una forza mediatrice che permette all’uomo di vincere la morte.

Platone spiega anche metaforicamente l’origine di Eros nel dialogo Il Simposio: durante i festeggiamenti per il compleanno di Afrodite, Penia, della della povertà, venne a mendicare e, per uscire dall’estrema condizione di miseria in cui si trovava, cercò di congiungersi a Poros, dio rappresentante la capacità di procurarsi sempre ciò di cui si è privi; Penia riuscì nel suo intento e da quest’unione nacque Eros, la cui natura era appunto duplice: da un lato un essere ispido, scalzo, senza casa, “accompagnato sempre dalla povertà” per tradizione materna ma dall’altro egli è impetuoso, audace, pieno di risorse e ciò che ora possiede poi gli sfugge di mano, così da renderlo né ricco né povero.

Eros viene a rappresentare, quindi, una sorta di legame che tiene insieme tutto l’universo, una forza unificatrice in grado di collegare gli estremi opposti, il mortale e l’immortale, il divenire e l’eterno. Eros, quindi, come tramite tra l’umano e il divino, rappresenta la via per la conoscenza della realtà al di là della sua immagine empirica; “l’uomo erotico” ricerca il Bello che è ordine e armonia, cifre essenziali dell’universo, e lo ritrova prima nella sua veste imperfetta, nella procreazione nel Bello in cui consiste la generazione con la quale l’uomo “sfugge” alla mortalità tramite la sua progenie, attraverso quel continuo nascere che per i mortali è riproduzione dell’immortalità e che lo pone in contatto con il Bene che è eterno.

Poi nella sua accezione profonda nel momento in cui l’uomo si eleva tramite ” le ali che Eros mette all’uomo affinché pervenga all‘Assoluto”, all’Idea del Bene, da cui tutto promana.

 

 

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mario manzi

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