Durante la terza edizione del MIA – il Mercato Internazionale dell’audiovisivo un panel è stato dedicato al gender gap che ancora oggi è una macchia nera di Hollywood e non solo.

Mentre il caso Weinstein non accenna a fermarsi e anzi allarga sempre di più il suo raggio d’azione puntando i riflettori contro Kevin Spacey (fino ad ora insieme al produttore hollywoodiano l’unico aver subito una forte battuta d’arresto), Ed Westwick e Giuseppe Tornatore, al MIA – il Mercato Internazionale dell’Audiovisivo, settimana di incontri che si è tenuta a Roma  ad ottobre, è stata affrontata la questione del gender gap nel mondo dell’intrattenimento che a Hollywood come in Europa è ancora una macchia nera.

Nel mondo dell’intrattenimento, come succede in altri campi, le donne sono pagate di meno rispetto ai colleghi maschi e sono numericamente di meno rispetto a loro. Solo negli USA su 72 show in palinsesto nella stagione 2016-17 gli uomini alla regia rappresentano il 90,7%, gli autori il 95%, gli showrunners l’83% e il restante delle percentuali residue sono invece donne.

Partendo da questi dati al panel del MIA dedicato al Powerful women in Global Entertainment di Roma ha visto come protagoniste Katherine Pope, produttrice esecutiva di New Girl e Terra Nova, Sally Woodward Gentle direttore creativo di Downtown Abbey, Katie O’Connell Marsh produttrice esecutiva di Narcos e Hannibal, Kate Crowe produttrice di Misfits e Taboo, Rola Bauer (Studio Canal) inserita da The Hollywood Reporter tra le 20 donne più potenti dell’industria televisiva globale, Helen Gregory, produttore esecutivo di The Catch e No Angels, e Eleonora Andreatta direttrice di Rai Fiction prima donna a ricoprire questo ruolo in Italia, che hanno discusso del ruolo delle donne nel mondo della televisione.

Si tratta di una vera e propria emergenza femminile nel mondo della televisione, con un’immagine della donna ancora ferma al ruolo di madre di famiglia o che ha bisogno della grande storia d’amore per poter portare avanti lo show. “Il mio lavoro è stato lavorare tanto sulla realtà – ha spiegato Eleonora Andreattaprima c’erano molti melodrammi e commedie ma pochissime serie parlavano di realtà. In Italia il personaggio predominante è sempre stato l’uomo, da Cattani a Montalbano, e c’erano pochissime donne rappresentate, la maggior parte erano madri o protagoniste di storie d’amore. Abbiamo presentato la varietà di ruoli che una donna può avere oggi, una donna che lavora e sta in famiglia, abbiamo raccontato il suo modo di essere sia nel pubblico che nel privato. Abbiamo cambiato anche il modo di rappresentarle fisicamente, negli anni 80 erano belle e giovani e apprezzate dagli uomini, secondo criteri omologati che valevano sia per la pubblicità che per le fiction, noi vogliamo rappresentare un altro tipo di bellezza, che metta in luce il temperamento e il carattere delle donne”.

Eppure verso la fine degli anni ’90 s’era fatto strada un cambio di rotta con personaggi come Buffy Summers (prima vera eroina della tv) o Carrie Bradshaw e Samantha Jones (che hanno sdoganato il tabù delle donne e del sesso). Sembra che nell’ultimo periodo, però, si sia tornati un po’ (troppo) indietro nel tempo. L’unico vero spiraglio di luce in tutta questa situazione sembrano essere i prodotti di Shondaland dove si percorre il mondo femminile a 360° con personaggi anche cattivi se è questo che serve.

L’emblema di tutto è Grey’s Anatomy: molti pensavano che Meredith non avrebbe mai superato la morte di Derek Shepherd e di conseguenza molto presto ABC avrebbe chiuso lo show e invece Meredith Grey ce l’ha fatta, ha superato la dipartita del grande amore della sua vita ed è andata avanti, così come lo show che ha trovato nuova linfa vitale proprio nel personaggio di Ellen Pompeo pronta, questa a volta, a dimostrare agli scettici che una donna può essere un medico di fama mondiale, primario di un reparto di un ospedale all’avanguardia con tre figli da crescere senza il bisogno di avere un compagno che condividesse questo nuovo percorso di vita.

Una scelta che viste le percentuali riportate dalla scorsa stagione televisiva USA, con il solo 42% delle dei programmi che hanno personaggi o protagoniste femminili, ha rappresentato un azzardo per la produzione di Shonda Rymes, ma i dati di ascolto hanno premiato la scelta. Un confronto che l’Italia perde a mani basse, dove non si è ancora capaci, né nella televisione generalista né in quella a pagamento, di creare un personaggio femminile che non abbia come punto di riferimento la famosa “casalinga di Voghera”.

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Eppure, caso eccezionale a parte, c’è ancora molto da fare per ridurre il gender gap nel mondo della televisione. Nonostante le donne siano sempre presenti ai vertici dell’industria dello show-biz, secondo uno studio del Center fro tgìhe Study of Women in Television & Film di San Diego il 68% dei programmi televisivi statunitensi sono composti da un cast più maschile che femminile mentre per i ruoli off-camera le donne rappresentano solo il 28%, un +2% rispetto lo scorso anno.

È il mondo della regia, infine, quello a sentire maggiormente questo peso con una forte sotto rappresentazione delle registe in tutti i livelli dell’industria, quindi dal cinema alla televisione ma anche radio, un dato confermato dal fatto che Reed Morano che agli ultimi Emmy ha vinto il premio per la Miglior regia in una serie drammatica per The Handmaid’s Tale è solo la terza donna nella storia ad aggiudicarsi il riconoscimento.

A proposito dell'autore

Anna Maddalena Peluso
Caporedattore del We Smile e Autore della sezione Serie tv

Nolana di nascita, da qualche tempo romana. Ingorda di serie tv, discreta lettrice, amante del nuoto. In generale? Sta meglio in acqua che sulla terra ferma. Un giorno spera di poter fare della scrittura il suo lavoro. In cerca di qualcosa

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