Non è difficile contestualizzare Duel, è uno di quei film che lascia a bocca aperta dall’inizio alla fine: frentiche scosse e spasmi di eccitazione sovraccaricano le scene di pura adrenalina. Una pellicola stile thriller in road movie, per molti aspetti ispirata ad opere di Alfred Hitchcock, ad esempio “Psycho” . Un film ricolmo di tensione e realismo firmato da un giovanissimo Steven Spielberg, all’età di appena 25 anni, un lungometraggio (il secondo del regista) carico di verismo ed azione frenetica. Forse è un film che tiene lo spettatore sulle spine, uno di quelli che non danno risposte?

La risposta esiste ed è tutta di tipo filosofico, una di quelle che mettono in dubbio convenzioni sociali, moralità ed etica.

La storia è la trascrizione cinematografica di un romanzo breve scritto e pubblicato da Richard Matheson  sulla popolare rivista americana Playboy;
Il racconto narrava di David Mann (Dennis Weaver), se vogliamo utilizzare una italianizzazione del suo cognome diremmo “Uomo”, è in pratica la trasposizione, la metafora del genere umano, che, come un comune uomo medio, reagirebbe ad una certa pressione esercitata da un ostacolo insormontabile quale l’autocisterna assassina, il vero antagonista in Duel.

L’uomo è solo, un solitario corriere viaggiatore in una immensa zona desertica e solo si ritrova ad affrontare situazioni estreme. I suoi guai inizieranno quando sorpasserà per la prima volta il vecchio camion trasportante un carico infiammabile da quel punto, la “provocazione” di David all’autista sarà ripagata più del dovuto. Non sappiamo chi si nasconde dietro l’imponente e macabra struttura del camion, non possiamo riconoscere la fisionomia del camionista in tutta la durata del film poiché non sarebbe mai inquadrato se non per una manciata di confusi fotogrammi. Tendenzialmente l’ottica del film è quasi totalmente soggettiva o semi-soggettiva, lo spettatore è incarnato in David e si può limitare ad osservare solo quello che egli può osservare, la visione è quindi molto limitata, è sfatata l’onniscienza del pubblico, dopotutto l’invisibile fa molto più sgomento di ciò che possiamo vedere.

Il vero cattivo è l’autocarro che assume la personalità del camionista divenendo l’estensione delle sue più perfide e malvagie intenzioni, divenendo la protesi delle sue spregevoli e cruente azioni. Il camion ha quasi sembianze umane, con due fanali grandi per occhi, il motore rumoroso sporgente colmo di lerciume ruggine ed insetti morti, una voce, un segnalatore acustico prepotente e risonante che diventerà l’incubo del corriere viaggiatore. Sul paraurti lercio diverse targhe esposte come trofei di guerra rivelano la terribile natura omicida del camionista. David è solamente una nuova preda, da quel momento inizierà una lunga caccia al topo non priva di eccitazione, di tensione saliente come i giri del motore della Plymouth Valiant rossa del corriere, quando si raggiungeranno velocità spaventose. In più occasioni David penserà di aver seminato l’inquietante camion che evapora sonno eterno dal maestoso radiatore, pensando di avergli dato abbastanza corda ed in più occasioni troverà il suo incubo parcheggiato ad aspettarlo pazientemente. L’ intenso clima di suspense traspira dalla pellicola ed è perennemente inalato dallo spettatore dagli occhi necessariamente sbarrati dallo stupore e dallo sgomento.

“Non si sa mai, immagini che alcune cose non possano cambiare mai, come guidare su una strada senza che cerchino di ammazzarti. Poi succede una cosa stupida e ti ritrovi di nuovo nella giungla …”
Il contesto è reso selvaggio, cruento e reale. Alcuni tratti della natura umana non sono stati moderati dall’evoluzione; siamo tutti prede e cacciatori, vittime e carnefici.
C’è chi potrebbe definirlo un western moderno, talvolta le coraggiose inquadrature diventano talmente strette da evidenziare unicamente le manifestazioni di tensione e panico incorniciandolo come tale, almeno nello stile. I primissimi piani sono consueti, lo scenario perennemente mobile risalta la dinamicità esplosiva della pellicola. Spielberg non volle girarlo in studio con lo sfondo perché la tecnologia dell’epoca rendeva tutto così falso (dal colore alla sincronia del movimento manubrio- strada), compromise così il planning di lavoro dell’intera produzione. Fortunatamente riuscì con destrezza a rientrare nei dieci giorni di tempo destinati alla registrazione. In poco tempo Duel era diventato un cult, una pietra miliare della cinematografia, un film che ispirò molti road movie del tempo e dei giorni nostri (“Grindhouse: A prova di morte” di Quentin Tarantino, 2007).
La colonna sonora è assolutamente non strumentale, alcune parti del motivo possono essere ricondotte al tema di “Psycho”, ma perlopiù la composizione è basata sull’anticonvenzionalità di tamburi bassi, strumenti africani e campane tubolari che sottolineano spesso il tema di tensione e di agitazione crescente.

Un piccolo capolavoro a cui non si può dire di no. Una partita a scacchi con la morte che si concluderà unicamente al termine del film con un finale prevedibile ma non scontato, nel quale sta solo a voi l’interpretazione. Gli stimoli individuali sono infatti l’elemento chiave di questa storia, per questo e per la sua natura così dinamica, la visione del film è vivamente consigliata a tutti.

Raffaele Troianiello

 

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